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Disattenzione: comun denominatore di troppe tragedie


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Disattenzione: comun denominatore di troppe tragedie Uso il termine “disattenzione”, ma dobbiamo coniugarla con termini quali distrazione, preoccupazione, stress, stanchezza, indifferenza, incapacità di ascolto e d’interesse verso gli altri (in qualche caso anche a noi vicini), e volontà di disinteresse nei confronti di cose, fatti e persone che in qualche modo ci rendono la vita più difficile, anche se cose, fatti e persone fanno parte del nostro quotidiano.

Guardando alla guida delle automobili, la distrazione, anche di soli pochi secondi, è causa d’incidenti mortali. Siamo “distratti”, in quanto il nostro interessamento è calamitato da cellulari (non rispondere al richiamo del nostro “serpente” elettronico che ci propone “la mela”, è difficile). Leggere un messaggio, accendere una sigaretta e distrarre l’attenzione per mirare la fiamma; sembra questione di un momento, ma si rischia la vita: propria e degli altri.

Oggi la distrazione, quella (ad esempio), che ci fa lasciare il fuoco acceso sotto la macchinetta del caffè, è spesso sintomo di gravi disturbi dovuti in molti casi allo stress quotidiano. I gesti automatici, che possono anche essere importantissimi, come il ricordarsi di avere lasciato o meno un figlio all’asilo, il ricordarsi o dimenticare di averlo lasciato in auto, può dipendere dal fatto che viene a mancare l’elaborazione della situazione, da parte del "Sistema Attentivo Supervisore" (SAS). Gli scienziati ci dicono che si tratta di un articolato dispositivo cognitivo che si trova, in molti casi, nel lobo frontale, e ci governa nelle tante azioni automatiche o intenzionali utilizzando lo strumento dell’attenzione. Nel mondo d’oggi, su questo variegato pianeta terra, l’attenzione è molto limitata dalla stanchezza, dallo stress, dalle preoccupazioni, dalla competitività e dal fatto di dovere compiere troppe azioni (consuetudinarie o meno), l’una accavallata o di seguito all’altra.

Siamo multitasking? Soltanto in parte, quando compiamo assieme due azioni, di cui una che richiede attenzione e l’altra è automatica, anche se spesso ci illudiamo che non sia così. Tuttavia la disattenzione è micidiale, in molti casi: ci rende anche sordi e ciechi di fronte alla necessità di attenzione che dovremmo avere verso i bambini e questo comporta una quantità di dolore per noi e per i nostri figli. L’esempio meno “eclatante”, ma spesso disastroso è quello riferito a genitori, anche dolci e amorevoli, che non si rendono conto di malori fisici e mentali collegati all’infanzia dei loro figli: prendiamo, ad esempio, quanto è capitato alla piccola di Caivano, precipitata dal balcone lo scorso 24 giugno.

La conclusione dell’anatomopatologo che ha eseguito la perizia è stato (tra l’altro), che la piccina abbia subito "Un abuso sessuale cronico perpetrato per tanto tempo". C’è la forte convinzione che anche il bambino precipitato dal balcone in precedenza, in situazioni simili, possa avere subito violenze sessuali e che entrambi siano stati uccisi da un pedofilo che ha tenuto per sé una delle scarpine delle vittime. Bene: quel pedofilo ha “lavorato tranquillamente”. I disegni della piccina sono al controllo degli specialisti che vi leggono tante cose: tutte in ritardo, purtroppo, per la vita delle piccole vittime.

Come ha potuto, il mostro, che certamente ha avuto la possibilità di vivere a contatto con i due bambini, “lavorando su di loro”, averlo fatto così tranquillamente? Come hanno potuto i genitori non rendersene conto, benché, certamente, padri e madri affettuosi e attenti? Anche gli studi sui pedofili chiariscono che questi cercano le loro vittime come il leone quando deve assalire una preda: scegliendo i piccoli trascurati da genitori disattenti (anche se lo sono per motivi terribilmente giustificati), e dall’aspetto indifeso. Il pedofilo sa che questi bambini sono vittime predestinate, le quali, se avvicinate con dolcezza, gentilezza, con atteggiamento amorevole, e affettuoso, possono facilmente adeguarsi anche a strane e perverse attenzioni. Nei bambini, da un lato non è chiaro il senso del peccato, del comportamento sbagliato, in quanto non hanno ancora una precisa coscienza morale e dall’altro, in nome di un segreto comune, divengono spesso complici dei loro aguzzini. Se il tacere non fosse sintomatico di questi ragazzini e se la “disattenzione” degli adulti non fosse presente, neanche si spiegherebbero casi di pedofili che per anni e anni hanno abusato di differenti piccole vittime. Spesso in famiglia. Il ricordo degli eventi ritorna spesso da adulto, invitando alla denuncia, oppure, se la pressione aumenta, dopo anni di abusi, finalmente la vittima racconta.

La disattenzione ha tante facce: anche quella che troppo spesso si esprime con la morte di bambini “dimenticati in auto”. Se guardiamo agli Stati Uniti capita un caso ogni dieci giorni e la cosa è diventata talmente grave da avere costretto le autorità a mettere in onda uno spot sotto forma di video choc, per attirare l’attenzione degli adulti, anche estranei ai fatti. Il 9 luglio 2014, nel Connecticut, negli Stati Uniti accadde il secondo caso in pochi giorni. A Piacenza (Italia), il 4 giugno del 2013 altro bimbo che muore in auto. Come avviene? Semplice dimenticanza: unicamente perché il papà ha dimenticato di avere con sé un figlio, oppure di lasciarlo all’asilo infantile e se n’è andato a lavoro o a compiere altre azioni. Purtroppo in modo simile a come possiamo dimenticare di avere posto a cuocere i fagioli mentre ci impegniamo in un’altra attività. In precedenza, ossia il 24 maggio del 2012, il bimbo dimenticato in auto venne salvato dai Vigili del Fuoco in un centro commerciale italiano. Il problema, come si può intuire dalle date, proviene dal passato e avanza nel futuro aggravandosi.

Tuttavia l’attenzione si sta destando: è recente (30 settembre, San Antonio in Texas), una donna ha rotto il vetro di un’auto in sosta per tirare fuori, prima che avvenisse una tragedia, un bambino di un anno, lasciato solo nel parcheggio di un supermercato. Angela ha rotto il parabrezza con le mani -“Non mi importava di poter essere arrestata: dovevo salvarlo”- Lei non era distratta e non si è neanche sentita (come capita purtroppo troppo spesso), non coinvolta dal fatto. Distrazione e disattenzione sono anche colpevoli quando non ci rendiamo conto delle sofferenze di qualcuno (anche a noi vicino), che subisce i maltrattamenti di un fratello, di un padre, di un marito, di un fidanzato (raramente di una donna). Lasciando che la questione finisca in tragedia. Tante cose capitano ad un passo da noi: sofferenze fisiche e mentali (che qualche volta si risolvono con un suicidio), maltrattamenti, abusi, bullismo nelle scuole. Non è possibile comportarsi come se la cosa non ci riguardi e neanche non rendersi conto dei fatti, in quanto distratti dal nostro vivere quotidiano. La disattenzione, la distrazione, l’indifferenza, lo stress, possono uccidere.

Bianca Fasano

Kayenna in English

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