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Racconti

La nebbia a gl’irti colli

Lunedì 02 Marzo 2015 11:41


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La nebbia a gl’irti colli


In certe mattinate d’inverno Calcata sembra galleggiare tra le nebbie del fiume Treja. È inutile cercare di guardare i dettagli. È meglio fermarsi, chiudere gli occhi e respirare il sapore pungente dell’aria umida che sale dalla valle. Anche se non si vede quasi niente, non ci si sente soli!

La nebbia vaga sfuggente nei pendii delle forre e confusi tra cielo e terra, nel baluginio di qualche timido raggio di sole, si intuiscono i profili dei tetti delle case, si percepisce odore di legna dai comignoli. Più in alto, le creste indistinte delle cime degli alberi appaiono in un neutro color indaco. In basso, sotto un velo nebbioso ancora più denso, si sente l’ansito del fiume. Sopra il fiume una mano di gigante ha tratteggiato il corso dell’acqua, con una pennellata di vapore: la nebbia rispecchia sospesa l’alveo del Treja.

I vecchi del luogo dicono scherzando che per piacerti, in un posto così ci devi essere nato. Ma forse non è vero. Devi amare il senso di mistero e un po’ perturbante dell’ignoto, o più semplicemente ti devi adattare all’imprevedibilità del futuro, di cui la nebbia è metafora. Sei ripagato dall’incanto fiabesco, fantastico, di un luogo senza tempo in cui forse tutto può apparire, basta raggiungere la prossima curva del sentiero; non c’è nessuna fretta.







 

Crash

Giovedì 21 Agosto 2014 11:33

Crash, una parola che dà l'idea di un suono.

Cos'è crash?

E' un attimo in cui la vita cambia. Così, senza avvertimenti e avvertenze.

E ricordo esattamente un attimo prima chi ero, e un attimo dopo cosa sono diventato.

Crash, un suono univoco, di quelli che quando ti capita di sentirli vien fuori un tonfo nello stomaco.

Crash, la vita dopo ti appartiene ancora se hai avuto la forza di lottare per conquistare una cosa che già ti appartiene. Come un invasore che vuole fotterti la terra, come uno stronzo qualsiasi in discoteca che vuole soffiarti la ragazza, come il respiro, è già tuo, ma qualcuno vuole togliertelo, perché quella sera non ha di meglio da fare.

Le due di notte.

Che fai normalmente a quell'ora? Niente di straordinario se non una vasca di movida nelle vie del centro, una dopo l'altra, senza senso, avanti e indietro come un lobotomizzato commerciale. E quando sei fuori di testa abbastanza, realizzi che sei anche abbastanza fatto da poter andare a letto, certo non ti passa per la testa che alcool e cocaina non sono buoni compagni di viaggio!

Auto.

La strada diventa una linea da percorrere su di un filo, tagliando curve, col pedale giù a tavoletta… perché fa più figo! Fa più figo anche se sei solo in macchina, solo tu e i folletti della testa, frutto dell'alcool e della cocaina. Crash.

Le due di notte.

Che si fai normalmente a quell'ora? Se non puoi permetterti la movida, sarai senz'altro uno di quegl'altri che nei fine settimana lavora come cameriere in pizzeria. Infatti tornavi da lavoro a quell'ora, le due di notte. Ed eri anche abbastanza felice a pensarci. Non eri particolarmente stanco. Fumavi una sigaretta, sorridevi, facevi entrare il vento dal finestrino per refrigerare l'estate che, tanto dal caldo, sembrava essere tutta nella macchina.

Era finita la settimana, la calda stagione alle porte… si prospettava una bella settimana, e poi avevi anche un mezzo appuntamento con una tipa. Non ti potevi di certo lamentare. Eravate in tre in auto, come ogni sera.

Guardi avanti e vedi due fari di fronte, lontani. Tranquillo, abbassi la testa per scrollare la cenere nel portacenere, avverti lievemente uno sbandamento dell'auto, e sorridi sornione per un attimo pensando ad uno scherzo del guidatore. Invece.

Invece crash.

Vedi la luce dei lampioni. Provi a capire cosa è successo perché non hai visto i folletti di alcool e cocaina in compagnia del conducente dell'auto su cui viaggi. Già, dimenticavo, non sei tu a guidare, tu sei di fianco, avanti. E non puoi vederli i folletti di alcool e cocaina, perché non vi siete andati a divertire. Voi tornavate a casa da lavoro.

Crash.

Le luci dei lampioni iniziano a sbiadirsi, qualcosa si sta offuscando, certo non la tua voglia di vivere. E non capisci se è il sangue sugl'occhi, o qualcosa di più pesante che preme giù le palpebre, per cercare una strada verso gl'inferi.

Hai sentito un vetro andare in frantumi sulla tua faccia, e hai sentito un calore sulla fronte, tranquillo, era il cofano motore.

Non hai ancora capito cosa è successo. Non lo vorresti capire, non ti è chiaro. Non siete caduti giù per la scarpata, non state ancora cadendo o non avete preso sicuramente un palo.

Non ti è chiaro come mai sull'unico punto di rettilineo di questo tratto di strada qualcuno abbia confuso senso di marcia della corsia. Non vuoi pensare che qualcuno non aveva altro da fare che drogarsi proprio stasera per venirvi in faccia, non ti è chiaro perché un attimo prima fossi felice e soddisfatto della tua vita, e un attimo dopo, non sai neanche per quanto ancora ce l'avrai una vita.

Per un attimo pensi a come farai per avvertire la tipa, che non potrai andare a nessun appuntamento per un bel po', ci pensi per quell'attimo in cui non sei padrone più della tua vescica...

Le macchine non si fermano, hanno paura dei morti, ma qui non ce ne sono, ma hai paura che il primo sarai tu. E ti sforzi con tutte le tue forze di vedere ancora la luce di quel lampione, perché non sia una luce funesta a mezza via, ma la tua ancora, che ti dia la certezza che ci sei ancora, sei ancora qui.

Tutto questo mentre lo stronzo ubriaco e drogato nella macchina parcheggiata dentro la vostra vettura si lamenta perché ha un naso rotto, si lamenta come se stesse morendo. Mentre tu non sai davvero se hai ancora qualcosa d'intero, mentre i tuoi compagni d'auto non stanno certo tanto meglio di te.

E dopo tanti anni da quella notte e ti guardi allo specchio cercando in fondo al cuore una striscia di perdono, ti chiedi ancora cosa rimane.

Cosa rimane?

Rimane la paura dalla strada, dalla macchina, dal sangue che faceva paura guardare, che faceva paura capire a chi appartenesse.

A te.

Rimane la paura di una notte che rivivrai mille volte, in ogni sogno, in ogni giorno, in ogni frenata improvvisa che sentirai ancora per strada... avrai quel senso di vuoto nello stomaco che non andrà più via.

Avrai un dolore vivo nella carne ogni volta che racconterai cosa accadde quella notte, e ricorderai chi da quel momento non c'è più, e s'è portato via con sé anche parte della tua vita.

Non avrai più lacrime per piangere un momento della tua vita in cui senti d'aver combattuto davvero per difendere la stessa, come se l'avessi difesa dai lupi, per una notte intera.

Non c'è rabbia contro il mondo che ha costruito quello stolto, non c'è rabbia contro sempre quel drogato che non sapeva che fare quella notte se non correre a 140km/h in salita e contromano; quello che rimane ancora è solo la rabbia di una vita che non ha altro che paura di spegnersi, continuamente.

Senza motivo.

Lino Grimaldi Avino



 

Il mare

Lunedì 30 Giugno 2014 11:58

Il mareMaree… e mare in tempesta. Mare superbo, mare turbato, mare in tumulto, mare mare, di spuma, mare oleoso, mare sporco, mare di qualcun altro.

Foto di tramonti sul mare, disegni di fondali di mare, relitti di mare e sepolti in mare.

Mare che prende e mare che sorprende, la burrasca e sei perso, meglio rimettere la propria anima a chi più ne capisce, tanto sarà persa in mare, sarà proprietà del mare. E ti vendo l'anima oh mare che non sei altro!

Non ti rispetto, perciò ti rigetto, e ti adorno di bottiglie di plastica, tappi di metallo e lattine colorate, e sei scontato, sei sempre lì e sempre ci sarai, ti prendo io l'anima fotografandoti 10 100 un milione di volte, catturando tutti i colori che il Sole ti lascia in cresta.

Mare che plachi la mia paura di vivere.

E sono uomo, superbo e arrogante uomo. Ingenuo. Sprovveduto ancor più alla tua voce. Mi armo di navi sempre più grandi che alle tue mani son scialuppe in tempeste, ramoscelli che non sono al numero della resistenza. Voglia di cavalcarti e domarti come si doma un cavallo, ma anche di esclamare il mio sapore di vittoria nel giorno dopo la tempesta, quando nuvoloni spremuti si specchiano in te e ti chiedon perdono… io lì ad esultare d'esser vivo, pensando di averla fatta franca, no… tu mi hai risparmiato, tu mi hai salvato, tu mi hai fatto dono della tua suprema natura.

Mi dai musica, mi dai coraggio, mi dai scena di conquista, e mi dai silenzio quando capisco finalmente, abbassando il capo e senza dir nulla… ammiro semplicemente il tuo mondo, lo rispetto, ma lo guardo come uno spione, con l'occhio indagatore, come un grande fratello, guardo facendomi i fatti di pesci molluschi granchi e paguri, pettini di mare e di posidonie, lo rispetto, lo ammiro e rimango in disparte, appena ai margini, in posizione privilegiata per poter guardare un mondo che non mi appartiene e che invidio, guardo, con la presunzione di poter ritrarre il tuo aspetto in disegni dove catturare la luce di un Sole che ti penetri e che arricchisca la tua penombra di scogli submarini, di alghe, e di anime prese.

Lungomari creati ad arte per sedurre in lunghe passeggiate il cuore della donna, ma mare finisci per sedurre il cuor mio di uomo quando mi ritrovo a chiedere quanto sia lungo il mio cammino, perché io son essere limitato e credo che la grandezza sia nel cercare la via delle verità; ma tutto tace dinnanzi a te, e nel silenzio di una noiosa onda che non sa che fare se andare e tornare, solitaria e posseduta dalla monotonia di un movimento senza scampo, un suono univoco e distante dalla mia imperfetta natura.

Lino Grimaldi Avino 

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Lettere da Materdomini

Giovedì 05 Giugno 2014 10:16

materdomini


Il bianco è freddo,

il rosso è caldo.

La neve è tutta intorno,

la vedo anche con gl'occhi chiusi,

ne vedo il bagliore.

La notte è sola senza me,

io sono unico

e solo senza lei.

Il nero è negativo,

il bianco è un duca;

su ON è acceso,

su OFF è spento...

come ora,

sono spento ora.

 








Cerco assonanze per passare il tempo, divertimenti mentali... trip cerebrali, un loop, senza fine.

Il rosso è caldo e il bianco... cos'era il bianco? Ah sì, il bianco è freddo. Qui è bianco, le pareti sono bianche e i camici sono bianchi. E' freddo.

Cerco assonanze nei miei pensieri perché mi facciano compagnia. Per perdere tempo in occasione di cambiamenti... perché il tempo passi più velocemente, e tutto questo mi annoia. Bianco ovunque io guardi, bianco ovunque io mi giri. E il bianco è freddo, come i sentimenti. Dimenticati i sentimenti in questo posto, o lasciati a casa?! Sì, lasciati a casa, meglio così, meglio non fare investimenti, qui è tutto bianco.

Nella mia stanza non c'è altro che bianco, un materasso a terra e nient'altro che la puzza del mio piscio, la puzza dei miei escrementi, la puzza, come dicono loro, dei miei pensieri abbandonati all'irrealtà. C'è dissonanza dai miei sentimenti dico io, perché di notte scivola giù una lacrima, che perdo sul pavimento, perché la mia dignità è schiava, trattenuta da camici bianchi in bianchi sentimenti, freddi; c'è dissonanza qui, perché starei volentieri altrove anche se l'altrove ho dimenticato dove sia, ho dimenticato la strada di un luogo felice, la strada di casa mia; e mi chiedo allora se tutto il mondo

sia così come lo conosco, se tutto il mondo assomigli anche lontanamente alle sbarre della mia finestra, se c'è bianco ovunque anche fuori da qui. Vorrei davvero non fosse così, vorrei davvero che il bianco che vedo di questo posto appartenesse solo a noi, non so se lo meritiamo, ma forse è così che funziona, perché cerco assonanze di pensieri diversi tra di loro, perché metto la testa ogni giorno tra le mani e la tengo stretta solo per assicurarmi di non perderla in posti che non conosco. Sì, spero davvero sia così, che il bianco di questo posto appartenga solo a questo posto, perché se è vero che forse debbo stare qua, non vorrei che in giro ci fosse questa stessa puzza di pensieri dissonanti.

Sulla finestra della mia stanza, c'è una grata in ferro e da lì non può che entrare solo la luce, non può uscire la mia immaginazione che è prigioniera come me, e sono prigioniero di me stesso nel momento in cui la mente si ferma sul grip... il bianco è freddo, il rosso è caldo. La neve è tutta intorno, la vedo anche con gl'occhi chiusi, ne vedo il bagliore. La notte è sola senza me, io sono unico e solo senza lei.

Si sentono urla tutto il giorno, eppure tutto è così silenzioso; sono urla, non sono parole. A volte sono dei noooo con tante o, a volte però sono discorsi tutti interi, ma senza il senso, senza inizio e senza fine, hanno una loro ragione, che io non conosco, sono immagini di parole, l'immaginazione che chiamano pazzia. Altre volte hanno un senso che non capisco, perché sento madri senza figli, sono gente senza gambe, sono la faccia malforme di questo mondo... pensavo che fossero luoghi per gente senza cervello. Ma non si fa distinzione nella miseria.

Il rosso è caldo, qui non c'è il rosso. Il rosso è passione, qui non c'è il rosso. Il rosso è un tramonto, non c'è neanche quello, e neanche l'alba. Cos'è l'alba? E' l'inizio, di cosa non lo so precisamente. La testa fa brutti scherzi, scherzi da prete, inopportuni perché mi sono perso in un labirinto di parole pensate, l'espressione mimica è una schiuma di bava che elettrizza i miei pensieri fino all'acclamata esaltazione del dottore-psichiatra-macellaio, felice della sua terapia. E tutti ad applaudirlo come un emerito membro dell'olimpo della medicina moderna... nel frattempo io ho le tempie in fumo, i lobi neri, la pelle biancastra, fredda, le mani hanno perso le loro direzioni e i pensieri... i pensieri per oggi vanno a dormire dove il bianco non c'è più.

Il bianco è freddo, il rosso è caldo. La neve è tutta intorno, la vedo anche con gl'occhi chiusi, ne vedo il bagliore. La notte è sola senza me, io sono unico e solo senza lei. Il nero è negativo, il bianco è un duca; su ON è acceso, su OFF è spento... come ora, sono spento ora.


La legge n.180 del 1978 – anche detta Legge Basaglia - impose la chiusura dei “manicomi”, tra cui anche l'Ospedale psichiatrico di Materdomini a Nocera Superiore.

Lino Grimaldi Avino

 

Clochard

Mercoledì 14 Maggio 2014 07:23

clochard #1

Mi chiedo se ho mai davvero visto una stella cadente, sdraiarmi su di una panchina ed osservare il cielo, cadente, sono qui rinchiuso nei miei pensieri mentre la vita mi scorre a fianco.

Il vicinato della movida scivola lentamente o velocemente, mosso dall'alcool di questa strana serata, mentre mi accorgo che dei miei anni non ne sono rimasti molti, fa freddo, e non mi accorgo più di chi mi addita, di chi mi guarda inorridito, clochard, mi suona strana questa parola, non so neanche bene cosa significhi, una parola francese per descrivere cosa sono, chi sono.

Chi ero? Neanche più me ne ricordo, avrò avuto anch'io una famiglia, ma ora so solo di essere invisibile anche a me stesso.

Il portico di questo mondo è la strada che ospita altri che hanno i miei stessi occhi, lo stesso passato, la stessa puzza. E la gente mi tira bottiglie dietro la schiena, mi apostrofano, mi deridono, e io scappo, mostro la mia linguaccia, la mia dignità l'ho persa dietro un respiro che non riconosco più.

Su di me ne raccontano di tutti i colori, in tutti i temi, uno scienziato, un uomo famoso, ricco, non lo so chi ero, so solo che ora non vorrei che essere al caldo, pulito, vorrei non avere più nella mia anima questo senso di solitudine che porto sulle spalle come un macigno, vorrei sentirmi un uomo, vorrei che mi chiamassero col mio nome, vorrei sapere qual'è il mio nome, vorrei sapere da dove vengo, l'ho dimenticato, l'ha dimenticato il mondo che mi ha creato.

Ognuno di noi ha nomi da leggenda metropolitana, ognuno di noi non viene da qua, ma ora ne fa parte, come ne fanno parte i marciapiedi, le statue, i palazzi, la cacca degli uccelli, e scopro che la notte è mia nemica, e scopro che il giorno è mio nemico, e capisco che la gente è quanto di più cattivo ci sia al mondo, e la mia mente è lenta, allentata dall'alcool che ho buttato in petto per riscaldarmi. Porto una foto sul cuore non so di chi sia, l'ho trovata nella spazzatura, la sua faccia serena mi dà la dolcezza che non posso trovare altrove, mi rasserena, anche se non sono in effetti arrabbiato, sono solo abituato alla mia condizione di clochard, rassegnato. Brutta vita? Una vita come le altre, c'è chi fa il medico, chi l'avvocato, chi lo scrittore, e c'è chi fa lo straccione, nulla di male, è il ruolo che evidentemente ho scelto, ma non ricordo perché, non credo che mi piacesse, non credo che da piccolo, semmai sia stato bambino anch'io, volessi essere un clochard.

Cosa mi ha accompagnato a vivere sul marciapiedi, neanche me lo chiedo più con chiarezza, neanche ci provo a darmi una spiegazione, non so se arriverò a veder la luce di domani, fa freddo, m'interessa solo scaldarmi col po' di alcool che m'è rimasto, e tenerlo per me, ognuno badi a sé.

Guardo il cielo, provo a contare le stelle per addormentarmi, ma fa troppo freddo, ascolto il mio cuore che ancora batte, vorrei sentirlo davvero, e legare a lui una poesia che parli di me, ma fa freddo, mi battono i denti, e le mani sono viola, le unghie sono corrose da tutta la sporcizia che ho trovato lungo il mio percorso. Ho voglia di dormire, e tra poco così sarà, ne sono certo, mentre la gente che mi scorre a fianco si diverte, tornerà poi nei suoi appartamenti veri, non di cartone come il mio, tornerà e starà al caldo e non penserà a me che sto qui a morire di freddo, soprattutto a morire nell'incredulità di me stesso che si chiede come ho potuto vivere così, senza ricordar più neanche il mio nome.

Ma vorrei solo guardare il cielo e vedere una stella cadente ed esprimere un desiderio.

Lino Grimaldi Avino

Lino Grimaldi Avino


 

 

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