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ISTAT: stipendi e salari mai così male dal 1983. Aumenta l'inflazione. L'Istituto nazionale di statistica ha reso noto i preoccupanti dati relativi alla variazione delle retribuzioni in Italia; nel mese di marzo la forbice tra l’aumento delle retribuzioni contrattuali orarie (+1,2%) e il livello d’inflazione (+3,3%), su base annua, tocca una differenza di 2,1 punti percentuali, praticamente stipendi mai così male dal 1983. I dati divulgati dall'Istat hanno acceso animi già caldi per la drammatica situazione economica che sta attraversando il Paese.

Il segretario generale della Cgil nazionale, Susanna Camusso è categorica: “I lavoratori pubblici sono al quarto anno di blocco contrattuale, l'Istat conferma quello che la Cgil dice da tempo, ovvero che la condizione di reddito dei lavoratori continua a peggiorare e i contratti del lavoro privato si rinnovano con grande difficoltà”, non si discostano le dichiarazioni del numero uno della Cisl, Raffaele Bonanni: “I salari fermi sono lo specchio della situazione del Paese. Se non si abbassa la pressione fiscale non si potranno alzare gli stipendi e risollevare i consumi”, il calo della pressione fiscale sul lavoro dipendente “deve essere il punto fondamenta del patto sociale”.

Laconico il commento di Luigi Angeletti segretario della UIL: “un’altra pessima notizia” che “si tradurrà in altra disoccupazione. I salari crescono meno dell’inflazione, aumentano le tasse e tutto questo significa un’altra contrazione dei consumi, della produzione e un aumento della disoccupazione».

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