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Salerno: al Tempio di Pomona, allestimento fotografico -L'Italia che Trema-


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L'Italia che trema al Tempio di pomona Dal 20 al 30 novembre scorso, nell’antica zona dell’Hortus Magnus a Salerno, si è tenuta una mostra fotografica per il trentennale del terremoto che, nel 1980 colpì Salerno e la sua provincia, segnandola sia per il dolore che per le successive vicende legate alle politiche di ricostruzione.

L’aula situata a sud della cattedrale, chiamata Tempio di Pomona, per la presenza in zona di un tempio di epoca romana, dedicato appunto al culto della dea della prosperità, è stato il suggestivo spazio che ha ospitato l’iniziativa.

In realtà il Tempio di Pomona è uno spazio caratterizzato da sei colonne romane, provenienti dal Capitolium di Paestum e risalenti al 196 a.C, il circostante, cioè l’alula medioevale è pressoché sterile, freddo, grigio, merito questo del precedente intervento di restauro avutosi negli anni passati, che ben ha saputo interpretare il concetto di non valorizzazione di un antico e importante pezzo di storia cittadina, il bellissimo pavimento grigio di marmo, che appiattisce il colonnato, invece di risaltarlo, i funghi che divorano le colonne, i tubolari situati tra arcata e arcata pensando di rendere una soluzione per esposizioni successive, rendono il tutto ancora più contemporaneo, fantastico è il soffitto, orditura di travi in calcestruzzo che simulano quelle di legno.

Questo il preambolo, di un antico spazio, che più che contenitore dovrebbe tendere verso il contenuto intrinseco, con il quale si sono dovuti confrontare gli allestitori della mostra fotografica, Pierluigi Di Bianco e Valeriano Forte.


L'Italia che trema al Tempio di pomona Il progetto, di per sé semplice verte sulla necessità di aver una buona fonte artificiale di illuminazione, non potendo integrare l’impianto esistente ed essendo fondamentale per una mostra fotografica la luce, sull’impossibilità di praticare fori e quant’altro di invasivo. Gli allestitori si sono limitati all’essenziale, due triangoli cromati, metallici, di 4.50 m per base, e lati di 3.00 m, cavi di acciaio, tendicavi e fermafilo, pochi elementi, per arrivare a costituire uno spazio espositivo che rendesse fruibile alla vista il colonnato romano, che desse la possibilità di esporre le foto come dei panni stesi ad asciugare, perché una tragedia come quella del terremoto, ha colpito la "popolarità", e i panni stesi sono qualcosa che unifica tutte le fasce sociali, come anche il dolore.

Un enorme stendipanni, che avvicina le foto alle fonti luminose, poste agli estremi laterali della aula, nessun diaframma intermedio, un semplice percorso antiorario, fili di nylon per tenere appesi i supporti esposti in maniera telluricamente antisimmetrica.

Due le sezioni della mostra, una collettiva salernitana, composta da scatti eseguiti dai giornalisti e volontari che all’epoca accorsero sul luogo del disastro, l’altra, una sezione nata dal gemellaggio con l’Abbruzzo, per il sisma che nell’aprile 2009 colpì l’Aquila e la sua provincia, raccontato dagli scatti di Marco D’Antonio, fotografo abruzzese che attraverso stampe a colori e bianco nero ha saputo raccontare il dolore e la voglia di continuare.


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